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CEFALEA

Il mal di testa o cefalea è un disturbo doloroso della testa (talora associato a dolorabilità di faccia e/o collo). È una delle patologie neurologiche più comuni e la più frequente tra le sindromi dolorose. 

 

La maggior parte delle persone soffre sporadicamente di cefalea e lo considera normale, ma per una porzione considerevole di individui (circa il 40% della popolazione europea), ad un certo punto della vita, questa si associa a dolore e/o ricorrenza considerevole con interferenza nelle attività della vita quotidiana, diventando quindi un problema. 

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che da metà a tre quarti degli adulti di età compresa tra i 18 ed i 65 anni nel mondo, abbiano avuto mal di testa nell'ultimo anno e che le cefalee, nel loro insieme, rappresentino a livello globale la 3° patologia in termini di anni vissuti con disabilità. In Italia ne sono colpite circa dieci milioni di persone in modo episodico, due milioni in modo cronico.

 

La cefalea può creare problemi non solo sociali ma anche economici per coloro che ne sono affetti. I ripetuti attacchi di cefalea e spesso la costante paura del successivo attacco, danneggiano la vita familiare, sociale e lavorativa, per questo motivo è importante rivolgersi tempestivamente al medico per essere inseriti precocemente ed efficacemente in un percorso diagnostico-terapeutico adeguato.

 

 

Origine

La percezione del dolore origina da strutture cellulari specializzate del sistema somatosensoriale, chiamate nocicettori e localizzate nella pelle, nei tessuti sottocutanei, nelle articolazioni, in alcuni organi o intorno ad essi.  Stimoli “nocicettivi” (dal latino nocere: nuocere) provenienti dall’esterno e dall’interno, attivano i nocicettori che trasformano queste sollecitazioni in una serie di impulsi elettrici (potenziali d’azione), che attraverso il passaggio da un neurone all’altro raggiungono la corteccia sensoriale. Solo allora la sensazione dolorifica viene percepita. 

 

Il tessuto cerebrale in sé non è sensibile al dolore perché manca di nocicettori, tuttavia, diverse aree della testa e del collo possiedono questi recettori e sono in grado di percepire e trasmettere lo stimolo doloroso. Queste aree sensibili al dolore comprendono vasi sanguigni, meningi (una serie di membrane che rivestono e proteggono il Sistema Nervoso Centrale), cuoio capelluto, cranio, nervi cranici e spinali, muscoli della testa e del collo, occhi, orecchie, denti, ecc.

 

Negli ultimi anni vi sono stati molti studi sull'origine dell'emicrania ma non si è ancora arrivati ad un modello unitario per spiegare la fisiopatogenesi delle cefalee primarie. 

 

Per spiegare l’emicrania sono state proposte nel corso degli anni 4 teorie principali:

 

1) teoria periferica o vascolare: alterazione dei vasi cerebrali con un meccanismo di costrizione-dilatazione che attiva i recettori del dolore nei nervi circostanti causando il classico dolore pulsante.

 

2) teoria trigemino-vascolare: alcuni tipi di stimolazione agiscono sulle fibre trigeminali, che si trovano attorno ai vasi delle meningi. Da queste fibre vengono rilasciate diverse sostanze o neuropeptidi vasoattivi (sostanza P, neurokinina A (NKA), peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP), ecc.) che causano infiammazione neurogena (vasodilatazione, perdita di proteine plasmatiche e degranulazione dei mastociti). 

 

3) teoria centrale, secondo cui esisterebbe una condizione di alterata eccitabilità neuronale cerebrale per disfunzione dei canali del calcio o difetto mitocondriale o altro.

 

4) teoria unificante che considera l'emicrania una patologia poligenica e multifattoriale, cioè causata sia da fattori ambientali sia da fattori genetici in cui sarebbero coinvolti più geni diversi. Secondo tale teoria ci sarebbero degli eventi che partendo dalle aree posteriori del cervello tenderebbero poi a diffondersi ad altre zone tra cui il tronco encefalico e il sistema trigemino-vascolare favorendo alterazioni piastriniche, modificazioni del diametro dei vasi e rilascio di sostanze algogene. 

 

All’inizio si pensava che la cefalea di tipo tensivo fosse provocata dalla contrazione tonica o comunque frequente dei muscoli del capo e del collo, ma attualmente l'opinione più diffusa è che questa cefalea, soprattutto quando cronica, abbia genesi multifattoriale comprendendo sia un malfunzionamento dei sistemi che regolano la percezione del dolore, sia dell’eccitabilità dei neuroni deputati alla trasmissione del dolore. 

 

Anche la fisiopatologia esatta della cefalea a grappolo rimane ad oggi sconosciuta, ma si pensa che sia dovuta all'iperattivazione del nervo trigemino e dell'ipotalamo nel cervello e che vi sia una componente genetica predisponente questo deficit. 

Classificazione

Diversi tipi di cefalea possono essere il sintomo di una ampia serie di patologie (si pensi ad esempio alle sindromi influenzali) ed in questo caso vengono definite Cefalee secondarie. Tuttavia spesso la cefalea si presenta senza una causa organica riconoscibile e viene pertanto definita Cefalea primaria.

 

Seguendo la III versione della Classificazione Internazionale delle Cefalee, recentemente pubblicata dall’International Headache Society (letteralmente Società Internazionale delle Cefalee), tra le principali Cefalee Primarie possiamo menzionare:

 

  • Emicrania
  • Cefalea di tipo tensivo
  • Cefalea a grappolo e altre cefalee autonomico-trigeminali
  • Altre cefalee primarie 

 

 

Emicrania

 

L'emicrania è una malattia neurologica complessa tra le più diffuse nel mondo. È un disturbo a carattere frequentemente familiare di cui soffre in media il 12% della popolazione mondiale. L’emicrania è più frequente nelle donne con un rapporto di 2-3 a 1. L’aumento della prevalenza nel sesso femminile comincia dopo la pubertà, raggiunge un picco massimo intorno ai 40 anni, per poi decrescere lentamente con l’avanzare dell’età, rimanendo prevalente nel sesso femminile.

 

L’emicrania è caratterizzata da attacchi di cefalea di intensità moderata o forte generalmente pulsante ed unilaterale (localizzato in una metà del capo), aggravata dall’attività fisica, che può essere associata a nausea, vomito, fonofobia (eccessiva sensibilità o intolleranza ai suoni), fotofobia (eccessiva sensibilità o intolleranza alla luce). La durata dell’attacco varia da 4 ore fino a 3 giorni e, a seconda della frequenza degli attacchi, può essere definita Sporadica o Cronica. 

 

Esistono due forme principali di emicrania: l’emicrania con aura, in cui la cefalea è preceduta da sintomi neurologici transitori e reversibili, definiti aura emicranica, e l’emicrania senza aura in cui tali sintomi sono assenti. La forma senza aura è di gran lunga la più frequente, manifestandosi nel 80-90% dei casi contro il 10-20% dell’emicrania con aura.

 

Nell’evoluzione di un attacco emicranico si possono distinguere quattro fasi, che non necessariamente devono essere presenti in tutti i soggetti:

 

  • Fase prodromica: presente nel 50% circa dei casi, è caratterizzata da sintomi vaghi quali modificazioni dell’umore (irritabilità, depressione), ipo o iperattività, difficoltà di concentrazione, intenso desiderio di specifici alimenti (dolci, in particolare), ritenzione di liquidi, ipersensibilità alla luce, ai suoni e agli odori. Questi sintomi possono precedere anche di diverse ore la comparsa del dolore. 
  • Aura: presente nell’emicrania con aura, è caratterizzata da sintomi neurologici particolari, completamente reversibili, che anticipano la comparsa del dolore di un tempo che varia da 5 minuti a 1 ora. I sintomi più comuni dell’aura sono di tipo visivo e comprendono luci tremolanti, macchie, linee parallele o a zig-zag, parziale scomparsa del campo visivo. Meno frequentemente compaiono sintomi sensitivi come sensazione di puntura di spillo o di intorpidimento oppure disturbi del linguaggio.  
  • Attacco: è la fase in cui si manifesta il dolore vero e proprio. Essa può manifestarsi con la comparsa di un lieve dolore che aumenta gradualmente fino a raggiungere un’intensità moderata/severa. In questa fase si possono presentare nausea, vomito, fonofobia, fotofobia. Il paziente tende ad assumere un comportamento passivo durante l’attacco attraverso la ricerca del riparo da rumori, luci e interferenze con l’ambiente esterno. 
  • Fase di risoluzione: è spesso caratterizzata da aumento della diuresi, sensazione di spossatezza fisica e mentale, variazioni del tono dell’umore, addormentamento. La completa ripresa delle performances psicofisiche è lenta ed alcuni di questi sintomi possono persistere anche per giorni. 

 

Spesso possono essere identificati fattori esterni che innescano gli attacchi di emicrania e il loro evitamento può diventare parte integrante della terapia. Tra i più comuni fattori scatenanti ricordiamo: 

 

  • Stress psico-fisico (ansia, depressione, rabbia, paura)
  • Fattori ormonali (mestruazioni, ovulazione, contraccettivi orali)
  • Sonno prolungato/risveglio ritardato, insonnia
  • Digiuno (ipoglicemia)
  • Affaticamento fisico
  • Febbre
  • Ipertensione arteriosa
  • Alimenti (formaggi, cioccolata, vino rosso)
  • Terapie farmacologiche

  • Fattori ambientali (particolari condizioni climatiche, odori, luci)

 

 

Cefalea di tipo tensivo

 

È certamente la cefalea più diffusa, colpendo circa l’86% degli individui della popolazione generale. Colpisce più frequentemente gli individui di sesso femminile con un rapporto di 2 a 1. 

 

La Cefalea di tipo tensivo è una cefalea primaria caratterizzata da ricorrenti episodi di dolore di intensità lieve o moderata che possono durare da pochi minuti a qualche giorno. 

 

Il dolore è tipicamente gravativo/costrittivo, bilaterale, spesso descritto come a fascia o a casco e, diversamente dall’emicrania, non si aggrava con l’attività fisica e si manifesta raramente con sintomi quali nausea, vomito, fotofobia, fonofobia. La cefalea di tipo tensivo può essere associata a numerose condizioni patologiche, soprattutto nell’ambito psicoaffettivo e spesso coesiste con l’emicrania senza aura.

 

La frequenza delle crisi può variare considerevolmente sia nei diversi individui che nello stesso individuo in tempi diversi e rappresenta il parametro più importante per la classificazione dei diversi sottotipi di Cefalea di tipo tensivo, si distinguono infatti le seguenti 3 forme:

 

  • Cefalea di tipo tensivo Episodica non Frequente: gli attacchi si manifestano in media meno di una volta al mese (comunque meno di 12 giorni all’anno). Si verifica in quasi tutta la popolazione, di solito ha un impatto molto limitato sulla funzionalità dell'individuo. 
  • Cefalea di tipo tensivo Episodica Frequente: gli attacchi si manifestano da 1 a 14 giorni al mese in media per più di 3 mesi (comunque più di 12 e meno di 180 giorni all’anno). Può essere associata a una disabilità considerevole e a volte richiede una gestione medica e/o un trattamento farmacologico.
  • Cefalea di tipo tensivo Cronica: gli attacchi si manifestano per più di 15 giorni al mese per più di 3 mesi (comunque più di 180 giorni all’anno) e può diventare quotidiana e persistente. La cefalea cronica di tipo tensivo è una malattia fortemente debilitante, che causa una riduzione della qualità della vita e un'elevata disabilità in chi ne soffre.

 

Sia la forma episodica che la forma cronica possono essere associate o meno a contrazione muscolare dei muscoli pericranici, evidenziabile dal medico attraverso manovre o strumenti specifici.

 

Anche in questo tipo di cefalea possono essere identificati numerosi fattori organici o ambientali che ne possono condizionare la comparsa, solitamente però è necessaria la presenza di uno o più di questi fattori. Tra i più comuni ricordiamo: 

 

  • Patologie osteoarticolari o muscolari
  • Abuso di farmaci
  • Stress psico-fisico
  • Affaticamento mentale
  • Sforzo attentivo o di concentrazione protratto
  • Mantenimento prolungato di posture non idonee
  • Mancanza di sonno

 

La cefalea di tipo tensivo episodica tende comunemente alla remissione nel corso degli anni, tuttavia, in alcuni casi si assiste alla trasformazione della forma episodica in quella cronica. 

 

 

Cefalee trigemino-autonomiche: la Cefalea a grappolo

 

Le Cefalee trigemino-autonomiche, di cui la cefalea a grappolo fa parte, sono caratterizzate da episodi di mal di testa associato a svariati sintomi neurologici.

 

La cefalea a grappolo si manifesta tipicamente con dolore estremamente severo, di tipo trafittivo-lancinante, a sede strettamente unilaterale, localizzato prevalentemente nella regione orbitaria (“dentro l’occhio”). Gli attacchi hanno una durata variabile che va da 15 a 180 minuti e si associa a sintomi molto caratteristici e localizzati nel lato dov’è presente il dolore. I sintomi comprendono:

 

  • Lacrimazione
  • Iperemia congiuntivale (aumento del flusso sanguigno nella mucosa che ricopre il bulbo oculare e la parte interna delle palpebre)
  • Rinorrea (naso che cola) o ostruzione nasale
  • Ptosi palpebrale (la palpebra superiore è abbassata rispetto alla norma andando a coprire parzialmente o totalmente l’occhio)
  • Sudorazione facciale
  • Edema palpebrale
  • Miosi (restringimento del diametro della pupilla)
  • Marcata agitazione (il paziente non è in grado di stare fermo e a volte cade in preda ad una vera e propria condizione di agitazione psicomotoria)

 

La cefalea a grappolo si distingue in una forma episodica ed una cronica. La forma episodica è caratterizzata dall’alternarsi di periodi durante i quali compaiono gli attacchi, detti grappoli, della durata che va da 7 giorni ad 1 anno (quando non trattata) e da fasi di remissione che durano almeno 3 mesi. La cefalea a grappolo cronica, forma meno comune, persiste senza remissioni o con periodi di remissione inferiori a 3 mesi. Durante i periodi attivi gli attacchi possono presentarsi a giorni alterni o fino ad 8 volte in un giorno.

 

Si stima che la cefalea a grappolo si manifesti nello 0,1-0,3% della popolazione generale e con una frequenza maggiore nella popolazione maschile rispetto a quella femminile in rapporto di 3-4 a 1. Vi sono evidenze di una certa familiarità per questo disturbo.

 

 

Cefalee Secondarie

 

Tra le principali Cefalee Secondarie ricordiamo:

 

  • Cefalea attribuita a traumatismo cranico e/o cervicale
  • Cefalea attribuita a disordini vascolari cranici o cervicali
  • Cefalea attribuita a patologie intracraniche non vascolari
  • Cefalea attribuita all’uso di una sostanza o alla sua sospensione
  • Cefalea attribuita ad infezione
  • Cefalea attribuita a disturbo dell’omeostasi
  • Cefalea o dolori facciali attribuiti a disturbi di cranio, collo, occhi, orecchie, naso, seni paranasali, denti, bocca o altre strutture facciali o craniche
  • Cefalea attribuita a disturbo psichiatrico

Diagnosi

Come già accennato, il mal di testa è uno dei sintomi neurologici più diffusi e rappresenta globalmente la quinta causa principale di visite al Pronto Soccorso (la terza tra le donne di età compresa tra 18 e 44 anni), responsabile anche dell’1,3% delle visite ambulatoriali. Molte persone con mal di testa ricorrente o di nuova insorgenza, infatti, temono spesso che la loro cefalea sia il sintomo di qualche grave malattia.

 

La diagnosi esatta del tipo di cefalea di cui soffre un soggetto è essenziale per poter instaurare una terapia corretta, per questo motivo si raccomanda di rivolgersi sempre al medico, di evitare l’automedicazione e di non svolgere per proprio conto esami (ad esempio risonanza magnetica nucleare, tomografia computerizzata, elettroencefalogramma, radiografie del cranio) che potrebbero rivelarsi inutili e costosi. 

 

Per prima cosa il medico tenterà di inquadrare tempestivamente segni e sintomi che possano suggerire la presenza di un’altra patologia, la cui diagnosi precoce è di cruciale importanza. Contribuiranno all’obbiettivo un’anamnesi dettagliata e scrupolosa della storia clinica del paziente che consentirà di ricostruire le caratteristiche specifiche di un certo tipo di cefalea, un esame medico di tipo generale (che comprenda ad esempio la misurazione di pressione arteriosa, frequenza cardiaca, temperatura corporea, e l’esame di strutture come i seni paranasali, le arterie carotidi, lo scalpo, i muscoli cervicali, le articolazioni mandibolari) ed un esame neurologico completo. L’identificazione di eventuali “segnali di allarme” per patologie secondarie permetterà di indirizzare il paziente opportunamente alle strutture più adeguate per gli opportuni accertamenti strumentali (come le neuroimmagini) e laboratoristici e i trattamenti necessari.

 

Una volta esclusa una cefalea secondaria, il medico procederà con le indagini per discriminare tra tutte le forme di cefalee primarie. A questo proposito potrà essere chiesto al paziente di compilare per un tempo specifico un diario della cefalea in cui registrare tra le altre informazioni, frequenza, durata e intensità degli attacchi, sintomi di accompagnamento, consumo di farmaci sintomatici. L’uso del diario può consentire di identificare anche eventuali fattori scatenanti o aggravanti. Il diario della cefalea permette inoltre di verificare l’efficacia delle eventuali terapie che saranno prescritte.

Trattamento

La cefalea può avere un impatto importante sia sulla persona che ne soffre che sugli altri (famiglia, colleghi e datore di lavoro), portando a un peggioramento dell’individuo nelle attività della vita quotidiana, a modifiche dello stile di vita e, in alcuni casi, allo sviluppo di sintomi o di vere e proprie patologie psichiatriche.

 

Le cefalee possono essere efficacemente gestite nella maggior parte dei casi con la consulenza di uno specialista. Solo quest’ultimo, infatti, potrà formulare una diagnosi corretta ed impostare la migliore terapia possibile in base alle caratteristiche del paziente.

 

Si possono distinguere 2 approcci terapeutici differenti, ma a volte complementari nella terapia delle cefalee: la terapia sintomatica (o di attacco) e la terapia di profilassi (o di prevenzione). La sola terapia sintomatica è indicata quando una cefalea disabilitante sia presente per meno di 4 giorni al mese, mentre la terapia di profilassi dovrebbe essere instaurata accanto alla terapia sintomatica, quando siano presenti almeno 4 giorni al mese di cefalea disabilitante o anche quando gli attacchi non rispondano adeguatamente alla terapia sintomatica.

 

 

Terapia sintomatica

 

Obiettivo della terapia sintomatica è ottenere il massimo sollievo dal dolore il più velocemente possibile, perciò il farmaco più appropriato dovrà essere assunto al minor dosaggio utile a raggiungere la completa risoluzione del dolore ed il più precocemente possibile.

 

È importante sottolineare che esiste un particolare tipo di Cefalea secondaria detta “cefalea da uso eccessivo di farmaci”. Essa si manifesta in pazienti suscettibili con una cefalea primaria preesistente sotto forma di nuova cefalea o di peggioramento significativo della stessa, a causa di un utilizzo eccessivo, per più di 15 giorni al mese, di uno o più farmaci per il trattamento sintomatico. Per questo e per altri ovvi motivi, la terapia sintomatica per la cefalea va assunta seguendo alla lettera le indicazioni del medico, monitorando eventualmente l’efficacia della terapia prescritta con l’utilizzo del diario cefalee. 

 

Di seguito una lista (non esaustiva) di alcuni dei farmaci più usati nella terapia sintomatica delle cefalee primarie. L’elenco vuole essere puramente descrittivo e non tiene conto delle specifiche indicazioni terapeutiche di una determinata classe di principi attivi (ad. esempio una determinata classe di farmaci può essere utile nella terapia d’attacco di un tipo di Cefalea Primaria, ma non in un altro).

 

  • Triptani
  • Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS)
  • Derivati dell’Ergot
  • Analgesici oppioidi semplici e di combinazione
  • FANS e analgesici di combinazione
  • Antiemetici (indicati come adiuvanti della terapia di attacco, quando siano prevalenti la nausea e/o il vomito).
  • Altri

 

 

Terapia di profilassi

 

Gli obiettivi principali della terapia di profilassi sono quelli di ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi migliorando così la qualità di vita del soggetto riportandolo a una efficienza fisica accettabile. Un trattamento di profilassi si considera efficace quando è in grado di ridurre di almeno il 50% la frequenza degli attacchi. Prima di intraprendere un trattamento di profilassi potrebbe essere utile cercare di identificare tutti i fattori scatenanti e aggravanti (se presenti) e provvedere, quando possibile, alla loro eliminazione, che può di per sé contribuire a ridurre la frequenza e/o l’intensità degli attacchi. Nella scelta del farmaco di profilassi il medico dovrà tener conto della storia clinica del paziente (patologie e terapie concomitanti) e prescriverà la quantità minima di farmaco efficace con la minima incidenza di reazioni avverse.

 

Di seguito una lista (non esaustiva) di alcuni dei farmaci più usati nella terapia di profilassi delle cefalee primarie. Come per le terapie farmacologiche sintomatiche, l’elenco vuole essere puramente descrittivo e non tiene conto delle specifiche indicazioni terapeutiche di una determinata classe di principi attivi.

 

  • β-bloccanti
  • Calcio-antagonisti
  • Antidepressivi 
  • Antiepilettici
  • Antagonisti della Serotonina
  • ACE inibitori
  • Altri

 

Diverse molecole commercializzate in Italia come Integratori Alimentari (Nutraceutici) o supplementi hanno dimostrato di poter essere utili coadiuvanti alla terapia di profilassi in pazienti con determinate cefalee primarie.

 

Infine, esistono anche terapie non farmacologiche che in alcuni pazienti, dietro consiglio medico e quando effettuate da personale qualificato, possono rappresentare un ulteriore supporto al paziente con cefalea. Alcune di esse sono: Biofeedback, terapie di rilassamento, Fisioterapia e Agopuntura. 

Cefalea pediatrica

La cefalea è un sintomo molto frequente non solo nei pazienti adulti, ma anche in quelli pediatrici, specialmente in età scolare. Essa rappresenta uno dei tre motivi più comuni di visita presso il neurologo pediatrico e si stima che l’1% di tutte le visite al pronto soccorso pediatrico siano dovute a tale causa. 

 

La prevalenza media complessiva del mal di testa si attesta intorno al 50% e si stima che l'emicrania pediatrica colpisca circa l'8% dei bambini e degli adolescenti causando una notevole disabilità in questa popolazione. Almeno un terzo dei pazienti con emicrania sperimenta per la prima volta la cefalea durante l'infanzia o l'adolescenza e circa la metà della popolazione pediatrica con emicrania continuerà a soffrire di emicrania fino all'età adulta.

 

Come per l’adulto, le cefalee in ambito pediatrico seguono la stessa classificazione distinguendosi in Primarie e Secondarie, con le prime legate a processi patofisiologici propri e le seconde sintomo di una patologia che deve essere identificata e curata.

 

L'emicrania è prevalente nella popolazione pediatrica ed è una patologia impattante la qualità di vita dei pazienti in misura simile ad altre malattie croniche. In bambini e adolescenti con emicrania si segnala un decremento oggettivo del rendimento scolastico, e più in generale nelle attività sociali e a casa. Inoltre, i pazienti pediatrici che soffrono di emicrania sono più a rischio di sviluppare rispetto alla popolazione generale, disturbi del sonno e sintomi psichiatrici (disturbo da deficit di attenzione e iperattività, ansia, depressione) che possono ulteriormente compromettere la qualità della vita.

 

L’emicrania si caratterizza in modo leggermente differente nel bambino rispetto all’adulto. Sono riconosciute infatti diverse sindromi episodiche dell’infanzia (dette anche equivalenti emicranici) che si verificano soprattutto nel bambino piccolo in congiunzione con l’emicrania o sono associate ad un aumentato rischio di sviluppo di emicrania in futuro. Esse comprendono:

 

  • i disturbi gastrointestinali ricorrenti
  • la sindrome del vomito ciclico
  • l’emicrania addominale
  • le vertigini parossistiche benigne
  • il torcicollo parossistico benigno

 

Il bambino più grande, invece, avverte in maniera dominante il mal di testa e può essere in grado di segnalare la presenza di sintomi di accompagnamento, come fotofobia, fonofobia, osmofobia, ecc.

 

La diagnosi precoce e il trattamento adeguato possono migliorare il decorso a lungo termine dell'emicrania, perciò è importante fare tempestivamente riferimento al pediatra e/o ad un centro cefalea pediatrico ed evitare di ricorrere per proprio conto a esami diagnostici che potrebbero dimostrarsi inutili o costosi. 

 

Gli obiettivi del trattamento dell'emicrania pediatrica consistono nel ridurre la disabilità associata, migliorare le strategie per affrontare il dolore, migliorare la qualità della vita del paziente e ridurre il rischio di cronicizzazione della malattia.

 

Come per l’adulto, dopo una corretta diagnosi, il medico potrà optare per una terapia sintomatica da sola quando siano presenti meno di 4 attacchi al mese, oppure in associazione con una terapia di profilassi quando siano presenti più di 4 attacchi al mese o quando questi non dovessero rispondere adeguatamente alla terapia sintomatica.

 

Il trattamento pediatrico dell’emicrania comporta la somministrazione di farmaci in acuto, opportunamente dosati e cure interdisciplinari multimodali preventive tra cui l'autogestione, interventi sullo stile di vita e interventi psicologici, farmacologici e/o nutraceutici personalizzati.

 

Tra le classi di farmaci più utilizzati nella terapia di attacco dell’emicrania pediatrica vi sono alcuni FANS e analgesici, ma a seconda della diagnosi, dell’età e della storia clinica del paziente il medico potrà decidere di prescrivere una delle altre opzioni terapeutiche. Evitare l'uso eccessivo di farmaci per la terapia sintomatica è altresì fondamentale anche in questa popolazione di pazienti onde evitare di incorrere nello sviluppo di una “cefalea da uso eccessivo di farmaci”.

 

Nella terapia di profilassi dell’emicrania, possono essere affiancate con efficacia all’approccio farmacologico lo sviluppo di tecniche di coping adattativo (strategie di adattamento al dolore), la promozione di uno stile di vita salutare (igiene del sonno, alimentazione regolare, esercizio fisico, sufficiente idratazione) e diversi interventi psicologici (biofeedback, terapie di rilassamento, terapia cognitivo-comportamentale).

 

Diverse molecole commercializzate in Italia come Integratori Alimentari (Nutraceutici) o supplementi hanno dimostrato di poter essere utili coadiuvanti alla terapia di profilassi delle cefalee primarie pediatriche.

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